Aria
Il Guatemala è la terra dei Maya per eccellenza. In Messico ci sono siti spettacolari, ma ci sono anche straordinari templi appartenenti ad altre civiltà pre-ispaniche. In Guatemala, no. Ci sono persone che parlano lingue che si possono fare risalire alle lingue maya. Molte donne usano vestiti tradizionali e la sensazione è che la cultura dei loro antichi predecessori sia parte integrante della vita di molti guatemaltechi.
Ci sono numerosi siti da visitare, alcuni difficili da raggiungere, che richiedono anche giorni di cammino nella foresta, altri sono più accessibili. Ognuno di essi, vuoi per la volontà di chi li costruì, vuoi per la volontà del tempo, è diverso dagli altri, con le sue caratteristiche e il suo fascino particolare.

Tikal va visitata all’alba. Quando il silenzio è rotto dalle grida delle scimmie urlatrici, quando si vedono volare gli uccelli nella luce ancora incerta, quando ci sono pochissime persone che si aggirano tra le rovine e quando, dopo essersi seduti in cima a un tempio, si possono osservare le cime degli alberi e le cime degli altri templi in lontananza, senza dovere condividere il momento con moltitudini vocianti.

Anche il tramonto non è male, ma l’alba è migliore. Se qualcuno avrà la fortuna di trovarsi a Tikal in una notte di luna piena, vale molto probabilmente la pena farsi accompagnare da una guida per un’impagabile visita notturna.
Le rovine sorgono su un territorio molto esteso: bisogna essere preparati a camminare per poterlo conoscere più a fondo. I finanziamenti da parte di enti di ricerca e di università provenienti dall’estero possono realizzare solo alcuni scavi e lavori di rimessa in posa e di restauro dei resti, ma il sito è talmente grande che nessuno ha un’idea nemmeno vaga di quando potrebbero finire le ricerche di tutti i gioielli nascosti nella foresta.


Sotto ogni collina, c’è probabilmente un tempio, più o meno grande; percorrendo un sentiero laterale ci si trova di fronte a una costruzione;


a volte si viene accompagnati dalle scimmie-ragno che stendono le loro braccia tra i rami degli alberi, su in alto, e restano a fissare i passanti.

Se Tikal è un luogo dove ci si può perdere, bellissima è anche Copan (in realtà oltre frontiera, in Honduras, a poche centinaia di metri dal confine con il Guatemala), con la sua piazza ricca di statue e con il campo per il gioco della palla in eccellenti condizioni, così come il tempio su cui è raccontata la storia dei Maya, decifrata solo in parte, e il cui monumento centrale è ora a Boston, come (discutibile) forma di ringraziamento per l’aiuto dato dall’università della città statunitense alla realizzazione degli scavi.



Meno visitato, il sito di Quiriguá, con la sua enorme piazza ricca di stele di pietra, è sicuramente meritevole di una visita, possibilmente, ancora una volta, nelle prime ore del mattino.


Dicevamo che la cultura maya è ancora presente nel Paese: spesso l’identità etnica è parte delle rivendicazioni delle popolazioni locali. Qualche anno fa proprio a una donna guatemalteca, che difendeva i diritti dei Maya e degli indigeni in generale, venne assegnato il Premio Nobel per la Pace, esattamente nel 1992: si trattava di Rigoberta Menchú.

La sua vicenda personale non fu successivamente molto felice: scrisse un libro per perorare la sua causa, ma venne accusata di plagio e perse progressivamente di prestigio presso la popolazione guatemalteca, tanto che quando si candidò alle elezioni raccolse pochissimi voti.
Sconfitti probabilmente dai cambiamenti climatici, prima dell’arrivo dei conquistadores, i Maya cessarono di esistere come entità organizzata, ma gli indigeni continuarono a occupare le terre del Guatemala, per vari secoli, prima sotto il dominio della corona spagnola e poi in uno stato indipendente, dal quale non ottennero riconoscimenti. Nel Paese è presente anche, sul breve litorale caraibico, una popolazione di discendenti degli schiavi africani, molto diversi dal punto di vista fisico, linguistico e culturale, i Garífuna,

concentrati nella cittadina di Livingston,

raggiungibile solo via mare o per mezzo di imbarcazioni che percorrono il Río Dulce, partendo dalla città omonima.

Un punto di svolta fondamentale per la storia del Paese risale agli anni Cinquanta del secolo scorso. L’anno era il 1954: venne eletto quale presidente Jácobo Arbenz Guzmán, il quale decise di espropriare le terre prevalentemente incolte dei latifondisti e quelle possedute dalle compagnie esportatrici di frutta, in particolare la United Fruit Company, monopolista nel commercio delle banane, per ridistribuirle ai piccoli contadini, dando vita a quella riforma agraria che era l’elemento centrale attorno a cui ruotava la politica di buona parte del continente, per dare prospettive di sviluppo alle masse diseredate.
La compagnia statunitense, però, non gradì e chiese al governo degli USA di intervenire per ristabilire il rispetto della proprietà privata e di quella che a suo avviso era la democrazia. L’intervento ebbe luogo.

Per il seguito della storia ci affidiamo a Wikipedia, nella sua pagina sulla storia del Guatemala: “Il conseguente regime militare, iniziato dal dittatore Carlos Castillo Armas, un condannato a morte evaso quattro anni prima, causò 30 anni di guerra civile che, dal 1960, portarono alla morte di 200.000 civili guatemaltechi. Secondo la Commissione per la verità sponsorizzata dall’ONU, le forze del governo e i paramilitari furono responsabili del 90% delle violazioni di diritti umani durante la guerra. Durante i primi 10 anni, le vittime del terrore di stato furono principalmente studenti, lavoratori, professionisti e personalità dell’opposizione di qualsivoglia tendenza politica, ma negli ultimi anni vi furono migliaia di vittime fra i maya contadini e non-combattenti. Più di 450 villaggi maya vennero distrutti e oltre un milione di persone diventarono rifugiati. Questo è considerato uno dei più tremendi casi di pulizia etnica verificatisi nell’America Latina moderna. In certe aree, come Baja Verapaz, la Commissione per la Verità concluse che lo Stato guatemalteco avviò intenzionalmente una politica di genocidio contro determinati gruppi etnici. Nel 1957 la Columbia University di New York conferì al dittatore sanguinario Carlos Castillo Armas la laurea honoris causa”.
La guerra civile terminò nel 1996 con degli accordi di pace; nel 1999, il presidente statunitense Bill Clinton si scusò per l’intervento degli Stati Uniti affermando che gli USA ebbero torto a supportare le forze militari guatemalteche che presero parte alle brutali uccisioni di civili. Bontà sua.
Oggi in Guatemala il sentimento più diffuso tra la popolazione, per quanto abbiamo potuto comprendere nel corso del nostro viaggio, è la mancanza di fiducia nei confronti dei politici in generale e questa sfiducia colpisce tutti quanti, a destra come a sinistra. Vale la pena riferire la curiosa vicenda di Sandra Torres, moglie di Álvaro Colom, presidente socialdemocratico del Guatemala dal 2007 al 2012.

Stante il divieto di ricandidatura per il presidente, ma anche per i suoi più stretti familiari, nell’imminenza dell’inizio della campagna elettorale successiva, il presidente e la moglie divorziarono e Torres si candidò per il successivo mandato presidenziale, dichiarando di voler “sposare il popolo del Guatemala”.
La Giunta Elettorale respinse comunque la sua richiesta. Dopo essersi risposata con il marito, si è presentata in due successive occasioni alle elezioni, sempre senza successo: l’ultima, un mese fa, nell’agosto del 2019, vincendo il primo turno, ma venendo sconfitta al ballottaggio dal candidato delle destre unite – Alejandro Giammattei, di chiare origini italiane, già più volte candidato – in modo piuttosto netto.


Con queste annotazioni politico-mondane concludiamo il nostro resoconto sul Guatemala. Ci auguriamo che sia stato di interesse per chi ha avuto la pazienza di leggerlo e che inviti a visitare questo Paese, convinti, come siamo, che viaggiare possa costituire un elemento importante di conoscenza e di rispetto reciproco fra persone di diversa cultura, ma aperte nei confronti degli altri.
Luca









































