13 ottobre 2019 – Giornata dedicata alle vittime degli incidenti sul lavoro

Domenica 13 ottobre è stata celebrata la giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro.

Incidenti sul Lavoro 13-10-19

Ci sembra positivo che su una questione tanto grave e importante si accendano i riflettori dei mezzi di comunicazione per suscitare l’attenzione dell’opinione pubblica, ma, senza provvedimenti concreti e certi, la situazione non sembra destinata a cambiare, come purtroppo testimoniano i dati, che parlano di un 2019 in linea con il 2018: quasi 700 vittime da gennaio ad agosto. Ricordiamo inoltre che l’anno scorso ci sono stati circa 650.000 infortuni sul lavoro, con il loro carico di sofferenze, invalidità, vite pesantemente e spesso irrimediabilmente condizionate da un incidente sofferto nell’esercizio della propria professione.

Nella maggior parte dei casi, non si tratta di fatalità, ma ci sono provvedimenti da prendere e quindi investimenti nella prevenzione, oltre all’estensione dei controlli e quindi maggiori risorse per coloro che sono preposti ad effettuare tali controlli.

Infortuni sul Lavoro - Manifestazione

Contemporaneamente vanno diminuiti i carichi e gli orari di lavoro per coloro che sono impegnati in attività pericolose per sé e per gli altri, così come è necessario riconoscere almeno in modo parziale il tempo di spostamento da casa al lavoro e viceversa: la stanchezza è molto spesso causa di infortuni.

Vanno inoltre organizzati corsi specifici o pensati periodi di preparazione per chi si avvicina a nuove professioni affinché i lavoratori siano consapevoli delle modalità del ciclo produttivo, dei rischi che corrono nel maneggiare macchinari e attrezzi, dei pericoli connessi agli spostamenti all’interno dei luoghi di produzione e sui ponteggi, della nocività rappresentata dalle sostanze con le quali entrano in contatto, dell’importanza di indossare abiti e strumenti protettivi adeguati, che devono essere forniti loro dall’azienda.

La vita dei lavoratori e la loro salute non sono variabili di secondaria importanza: la vita è una sola e non si può pensare che possa essere sacrificata per guadagnarsi da vivere. La battaglia per la sicurezza sui posti di lavoro è fondamentale e va accompagnata con la lotta per un salario dignitoso, per la riduzione dell’orario, per trasporti frequenti e confortevoli per i pendolari, per servizi efficienti, per un’esistenza che garantisca molto di più della pura e semplice riproduzione della nostra forza-lavoro.

Incidenti sul Lavoro

Prateria Ribelle

22 Ottobre 1972 – La classe operaia a Reggio Calabria

E’ il 1972. La destra fascista guida una rivolta nella città di Reggio Calabria, prendendo a pretesto l’assegnazione del capoluogo della Regione a Catanzaro. La città diventa simbolo del meridione che collabora attivamente allo sviluppo industriale dell’Italia attraverso l’emigrazione nelle città del nord, ma senza ricevere nulla in cambio.

Le OO.SS. – in particolare i metalmeccanici, gli edili e i braccianti – rispondono organizzando una manifestazione nazionale nella città per rivendicare gli obiettivi contrattuali, l’unità delle classe operaia, l’antifascismo come valore centrale del movimento dei lavoratori.

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I treni che viaggiano nella notte da tutta Italia verso Reggio Calabria vengono sabotati da bombe che esplodono lungo il percorso, fortunatamente senza provocare vittime: rallentano i convogli, ma non riescono a intimorire i lavoratori, che a migliaia (40.000) sfileranno il 22 ottobre per le vie di Reggio Calabria, incuranti anche dei sassi lanciati da alcune vie laterali contro il corteo.

Reggio Calabria - Treni

Le emozioni di quella notte e del giorno che la seguì sono testimoniate da una splendida canzone di Giovanna Marini, I treni per Reggio Calabria, che ci restituisce il clima, la determinazione, la semplicità e tutto il vissuto di quell’avvenimento, compreso il diverso modo di vivere la tensione da parte dei giovani e di coloro che erano più esperti.

Reggio Calabria - Giovanna Marini

A chi non l’avesse mai ascoltata e a chi non la ascolta da tempo, suggeriamo di prendersi qualche minuto per rivivere quei giorni in cui la classe operaia, in quanto movimento dei lavoratori, scese in piazza non solo per difendere i propri interessi di classe, ma anche per dare un chiaro messaggio ed esprimere collettivamente la propria opinione sulle scelte politiche di fondo e sul cammino che il nostro Paese doveva seguire.

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Prateria Ribelle

La marea verde – Storia della lotta per la legalizzazione dell’aborto in Argentina

Pubblichiamo un interessante contributo sulla lotta delle donne argentine per la legalizzazione dell’aborto.

Buenos Aires, 14 giugno 2018, manca poco all’inizio dell’inverno. Una marea di persone occupa la strada di fronte al Parlamento, dove i deputati stanno discutendo l’approvazione della legge per la legalizzazione dell’aborto in Argentina. La votazione è prevista solo per la mattina seguente e quindi i manifestanti si preparano a passare la notte al freddo: la massa si divide in piccoli gruppi che condividono coperte e un mate caldo. Un colore permette di riconoscere i propri compagni di lotta: il verde.

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Figura: Io. Qualsiasi cosa verde. Is this a compagnx di lotta.

Infatti, già qualche anno fa, quando è cominciato il dibattito sulla legalizzazione dell’aborto in Argentina, le persone che erano a favore di questa legge hanno cominciato ad utilizzare un pañuelo verde (fazzoletto verde) appeso allo zaino o alla borsa, legato al polso, al collo o tra i capelli. Questo oggetto come simbolo è nato nel 2003 a Rosario, nella provincia di Santa Fe, in occasione del Encuentro Nacional de Mujeres (Incontro Nazionale di Donne), che da più di trent’anni si svolge regolarmente ad ottobre in diverse città dell’Argentina. Alcuni dicono che la scelta di questo colore sia semplicemente un caso: nell’Encuentro Nacional de Mujeres le ragazze volevano utilizzare dei fazzoletti viola (che da sempre è il colore del femminismo) come segno di appoggio alla legalizzazione dell’aborto. Siccome non c’era sufficiente stoffa viola, hanno scelto quella verde, che richiama la speranza. In quel momento, però, era solo un simbolo condiviso tra poche persone. Adesso, invece, il fazzoletto verde è riconosciuto da tutta la società argentina e anche in molti altri paesi dell’ America Latina, e mentre nel resto del mondo il colore che distingue il femminismo è il viola, in Argentina, oggi, è il verde.

Purtroppo, quando è cominciato il dibattito e un gran numero di persone ha preso posizione a favore dell’approvazione della legge, è sorto anche un movimento contrario, i cosiddetti pro vida (a favore della vita), che si sono unificati utilizzando lo slogan Salvemos las dos vidas (salviamo entrambe le vite) e che hanno scelto come colore simbolo della loro campagna il celeste. Quando è stata votata la proposta di legge, infatti, la piazza di fronte al Parlamento si è divisa: da una parte i “verdi” e dall’altra i “celesti” (per fortuna, con una grande prevalenza dei verdi).

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Perché un fazzoletto? Il fazzoletto, in Argentina, ha storicamente un significato di lotta per i diritti umani. Infatti è il simbolo delle Madres de Plaza de Mayo, un’associazione di donne che, durante e dopo la dittatura militare in Argentina (1976-1983), si riuniva in Plaza de Mayo (di fronte alla Casa Rosada, che sarebbe la sede presidenziale a Buenos Aires) indossando un fazzoletto bianco in testa, e organizzava manifestazioni per sapere dov’erano i loro figli desaparecidos, cioè sequestrati clandestinamente dalle forze militari. Insieme al gruppo delle Madres nacque anche quello delle Abuelas (le nonne) con l’obiettivo di trovare i nipoti (i figli dei loro figli perseguitati) che spesso erano stati presi dai militari e dati illegalmente in adozione. Il fazzoletto, quindi, rappresenta da più di quarant’anni la lotta pacifica per i diritti umani portata avanti dalle donne argentine.

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Mentre per le Madres y Abuelas il colore rappresentativo del fazzoletto è il bianco, nell’attuale lotta per la legalizzazione dell’aborto il tessuto si tinge di verde, e contiene lo slogan della campagna: educación sexual para decidir, anticonceptivos para no abortar, aborto legal para no morir (educazione sessuale per decidere, metodi contraccettivi per non abortire, aborto legale per non morire). Viene riportato anche l’obiettivo della campagna, cioè che l’aborto sia non solo legale, ma anche sicuro e gratuito. Si esige, quindi, che l’aborto non sia più un reato punito dalla legge, ma che lo Stato intervenga, tuteli qualsiasi persona che prende questa decisione, e fornisca i mezzi necessari perché possa sottoporsi ad esso attraverso il sistema sanitario pubblico. In un paese che ha subito la privatizzazione di gran parte dei servizi pubblici, la realizzazione di questa richiesta sarebbe un grandissimo passo avanti.

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Da quando ha cominciato a essere utilizzato da molte persone, il fazzoletto verde ha suscitato un grande dibattito: è un simbolo o soltanto una moda? È giusto che lo usino anche i giovani? Si può indossare a scuola? E in altre istituzioni pubbliche? Usare il fazzoletto verde significa essere femminista? Possono indossarlo gli uomini? Al di là delle diverse risposte a queste domande, è già importante che questi dubbi comincino a porsi. Significa che il fazzoletto sta compiendo la sua funzione: sta aprendo la riflessione su molte tematiche che prima non erano neanche messe in discussione.

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Tutta questa corrente di pensiero si è sviluppata quando in Argentina è nato il movimento Ni Una Menos (Non Una di Meno), nel 2015, come protesta contro i ripetuti femminicidi che stavano colpendo l’opinione pubblica, con una media di quasi un femminicidio al giorno. L’organizzazione Ni Una Menos, quindi, cercava di affrontare le cause che portano alla morte delle donne. Una delle ragioni principali identificate era la violenza domestica, che molte volte si trasformava in omicidio. Ma un’altra causa era anche l’aborto clandestino, per il quale non c’erano numeri precisi perché spesso venivano tenuti nascosti per evitare di mettere in difficoltà le molte  donne che si sottoponevano ad esso.

In Argentina, quindi, le manifestazioni più forti del femminismo hanno un fine ben preciso: evitare la morte di donne per motivi ai quali lo Stato stesso potrebbe (e dovrebbe) far fronte, cioè la violenza di genere e l’aborto clandestino. La diffusione del femminismo ha permesso di aprire il dibattito su altre questioni relative alla parità di genere che ancora oggi sono in discussione, come la prostituzione, le diverse forme di abuso, la disparità nell’ambito del lavoro, ecc. La questione dell’aborto, però, con uno slogan così semplice e indiscutibile, ha anche riunito il femminismo argentino sotto una stessa bandiera che unisce così tante persone che l’urlo di protesta non poteva più essere ignorato. Questo ha fatto sì che il dibattito passasse dal popolo al governo, e così nel 2018 c’è stata la votazione in Parlamento per la legalizzazione dell’aborto.

Spoiler sulla fine di questa storia: il 14 giugno il progetto è stato approvato dalla Camera dei Deputati, ma l’8 agosto, mentre fuori dal Parlamento migliaia di persone manifestavano a favore (e purtroppo anche contro) l’approvazione della legge, i senatori hanno votato contro e quindi l’aborto è ancora illegale in Argentina. Ma la lotta non finisce qui, e ora più che mai il pañuelo verde si vede per strada, nei trasporti pubblici, nelle piazze, nelle reti sociali, legato con forza alle borse delle vecchiette e agli zaini delle sedicenni.

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Alina

Recensione: “Tre Lezioni sull’Uomo” di Noam Chomsky

Prima è arrivato il riflusso, con la crisi della politica e il primato del personale; poi è arrivata la crisi delle ideologie e la fine degli -ismi; quindi è arrivato il crollo del muro e la “sconfitta definitiva” del comunismo; infine la notizia che la lotta di classe c’era stata, ma l’avevamo persa.

Riflusso Anni '80

Insomma: tutti a casa, ragazzi e ragazze. Al massimo un po’ di solidarietà, ma senza esagerare. Continua a leggere “Recensione: “Tre Lezioni sull’Uomo” di Noam Chomsky”

Guatemala: impressioni di viaggio – Quarta Parte

Aria

Il Guatemala è la terra dei Maya per eccellenza. In Messico ci sono siti spettacolari, ma ci sono anche straordinari templi appartenenti ad altre civiltà pre-ispaniche. In Guatemala, no. Ci sono persone che parlano lingue che si possono fare risalire alle lingue maya. Molte donne usano vestiti tradizionali e la sensazione è che la cultura dei loro antichi predecessori sia parte integrante della vita di molti guatemaltechi.

Ci sono numerosi siti da visitare, alcuni difficili da raggiungere, che richiedono anche giorni di cammino nella foresta, altri sono più accessibili. Ognuno di essi, vuoi per la volontà di chi li costruì, vuoi per la volontà del tempo, è diverso dagli altri, con le sue caratteristiche e il suo fascino particolare.

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Tikal va visitata all’alba. Quando il silenzio è rotto dalle grida delle scimmie urlatrici, quando si vedono volare gli uccelli nella luce ancora incerta, quando ci sono pochissime persone che si aggirano tra le rovine e quando, dopo essersi seduti in cima a un tempio, si possono osservare le cime degli alberi e le cime degli altri templi in lontananza, senza dovere condividere il momento con moltitudini vocianti.

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Anche il tramonto non è male, ma l’alba è migliore. Se qualcuno avrà la fortuna di trovarsi a Tikal in una notte di luna piena, vale molto probabilmente la pena farsi accompagnare da una guida per un’impagabile visita notturna.

Le rovine sorgono su un territorio molto esteso: bisogna essere preparati a camminare per poterlo conoscere più a fondo. I finanziamenti da parte di enti di ricerca e di università provenienti dall’estero possono realizzare solo alcuni scavi e lavori di rimessa in posa e di restauro dei resti, ma il sito è talmente grande che nessuno ha un’idea nemmeno vaga di quando potrebbero finire le ricerche di tutti i gioielli nascosti nella foresta.

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Sotto ogni collina, c’è probabilmente un tempio, più o meno grande; percorrendo un sentiero laterale ci si trova di fronte a una costruzione;

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a volte si viene accompagnati dalle scimmie-ragno che stendono le loro braccia tra i rami degli alberi, su in alto, e restano a fissare i passanti.

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Se Tikal è un luogo dove ci si può perdere, bellissima è anche Copan (in realtà oltre frontiera, in Honduras, a poche centinaia di metri dal confine con il Guatemala), con la sua piazza ricca di statue e con il campo per il gioco della palla in eccellenti condizioni, così come il tempio su cui è raccontata la storia dei Maya, decifrata solo in parte, e il cui monumento centrale è ora a Boston, come (discutibile) forma di ringraziamento per l’aiuto dato dall’università della città statunitense alla realizzazione degli scavi.

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Meno visitato, il sito di Quiriguá, con la sua enorme piazza ricca di stele di pietra, è sicuramente meritevole di una visita, possibilmente, ancora una volta, nelle prime ore del mattino.

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Dicevamo che la cultura maya è ancora presente nel Paese: spesso l’identità etnica è parte delle rivendicazioni delle popolazioni locali. Qualche anno fa proprio a una donna guatemalteca, che difendeva i diritti dei Maya e degli indigeni in generale, venne assegnato il Premio Nobel per la Pace, esattamente nel 1992: si trattava di Rigoberta Menchú.

Rigoberta Menchu

La sua vicenda personale non fu successivamente molto felice: scrisse un libro per perorare la sua causa, ma venne accusata di plagio e perse progressivamente di prestigio presso la popolazione guatemalteca, tanto che quando si candidò alle elezioni raccolse pochissimi voti.

Sconfitti probabilmente dai cambiamenti climatici, prima dell’arrivo dei conquistadores, i Maya cessarono di esistere come entità organizzata, ma gli indigeni continuarono a occupare le terre del Guatemala, per vari secoli, prima sotto il dominio della corona spagnola e poi in uno stato indipendente, dal quale non ottennero riconoscimenti. Nel Paese è presente anche, sul breve litorale caraibico, una popolazione di discendenti degli schiavi africani, molto diversi dal punto di vista fisico, linguistico e culturale, i Garífuna,

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concentrati  nella cittadina di Livingston,

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raggiungibile solo via mare o per mezzo di imbarcazioni che percorrono il Río Dulce, partendo dalla città omonima.

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Un punto di svolta fondamentale per la storia del Paese risale agli anni Cinquanta del secolo scorso. L’anno era il 1954: venne eletto quale presidente Jácobo Arbenz Guzmán, il quale decise di espropriare le terre prevalentemente incolte dei latifondisti e quelle possedute dalle compagnie esportatrici di frutta, in particolare la United Fruit Company, monopolista nel commercio delle banane, per ridistribuirle ai piccoli contadini, dando vita a quella riforma agraria che era l’elemento centrale attorno a cui ruotava la politica di buona parte del continente, per dare prospettive di sviluppo alle masse diseredate.

La compagnia statunitense, però, non gradì e chiese al governo degli USA di intervenire per ristabilire il rispetto della proprietà privata e di quella che a suo avviso era la democrazia. L’intervento ebbe luogo.

Jacobo Arbenz

Per il seguito della storia ci affidiamo a Wikipedia, nella sua pagina sulla storia del Guatemala: “Il conseguente regime militare, iniziato dal dittatore Carlos Castillo Armas, un condannato a morte evaso quattro anni prima, causò 30 anni di guerra civile che, dal 1960, portarono alla morte di 200.000 civili guatemaltechi. Secondo la Commissione per la verità sponsorizzata dall’ONU, le forze del governo e i paramilitari furono responsabili del 90% delle violazioni di diritti umani durante la guerra. Durante i primi 10 anni, le vittime del terrore di stato furono principalmente studenti, lavoratori, professionisti e personalità dell’opposizione di qualsivoglia tendenza politica, ma negli ultimi anni vi furono migliaia di vittime fra i maya contadini e non-combattenti. Più di 450 villaggi maya vennero distrutti e oltre un milione di persone diventarono rifugiati. Questo è considerato uno dei più tremendi casi di pulizia etnica verificatisi nell’America Latina moderna. In certe aree, come Baja Verapaz, la Commissione per la Verità concluse che lo Stato guatemalteco avviò intenzionalmente una politica di genocidio contro determinati gruppi etnici. Nel 1957 la Columbia University di New York conferì al dittatore sanguinario Carlos Castillo Armas la laurea honoris causa”.

La guerra civile terminò nel 1996 con degli accordi di pace; nel 1999, il presidente statunitense Bill Clinton si scusò per l’intervento degli Stati Uniti affermando che gli USA ebbero torto a supportare le forze militari guatemalteche che presero parte alle brutali uccisioni di civili. Bontà sua.

Oggi in Guatemala il sentimento più diffuso tra la popolazione, per quanto abbiamo potuto comprendere nel corso del nostro viaggio, è la mancanza di fiducia nei confronti dei politici in generale e questa sfiducia colpisce tutti quanti, a destra come a sinistra. Vale la pena riferire la curiosa vicenda di Sandra Torres, moglie di Álvaro Colom, presidente socialdemocratico del Guatemala dal 2007 al 2012.

Sandra Torres

Stante il divieto di ricandidatura per il presidente, ma anche per i suoi più stretti familiari, nell’imminenza dell’inizio della campagna elettorale successiva, il presidente e la moglie divorziarono e Torres si candidò per il successivo mandato presidenziale, dichiarando di voler “sposare il popolo del Guatemala”.

La Giunta Elettorale respinse comunque la sua richiesta. Dopo essersi risposata con il marito, si è presentata in due successive occasioni alle elezioni, sempre senza successo: l’ultima, un mese fa, nell’agosto del 2019, vincendo il primo turno, ma venendo sconfitta al ballottaggio dal candidato delle destre unite – Alejandro Giammattei, di chiare origini italiane, già più volte candidato – in modo piuttosto netto.

Elezioni 2019

Giammattei

Con queste annotazioni politico-mondane concludiamo il nostro resoconto sul Guatemala. Ci auguriamo che sia stato di interesse per chi ha avuto la pazienza di leggerlo e che inviti a visitare questo Paese, convinti, come siamo, che viaggiare possa costituire un elemento importante di conoscenza e di rispetto reciproco fra persone di diversa cultura, ma aperte nei confronti degli altri.

Luca

Prima Parte

Seconda Parte

Terza Parte

 

Guatemala: impressioni di viaggio – Terza parte

Terra

Il ragazzo tuttofare del pullman tra Chichicastenango e Città del Guatemala (un ex trasporto scolastico statunitense, di quelli gialli, che costituiscono il parco trasporti guatemalteco) non ha ancora raggiunto i trent’anni ed è di corporatura ragionevolmente robusta per il lavoro che deve svolgere. Con l’automezzo in movimento scende dal tetto, dove ha sistemato i bagagli di alcuni passeggeri, e si infila nella porta anteriore attraverso la quale si sale e si scende tutti quanti, dall’altro lato del guidatore. L’operazione è di routine: per essere un “ragazzo tuttofare” devi sapere fare questo e altro. Senza di loro, gli autisti o i padroncini di pullman e furgoncini addetti al trasporto di persone non potrebbero lavorare, qui come in buona parte del continente. Oppure i tempi sarebbero molto più lunghi.

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Potremmo anche chiamarli “runner”, visto che in effetti devono correre molto: ogni volta che ci sono persone ferme sulla strada, il mezzo rallenta per invitarle a salire. Viene comunicata a gran voce la destinazione e se ci sono passeggeri interessati, il pullman si ferma per qualche istante: bisogna essere velocissimi a salire, l’autista ha sempre fretta. Il nostro ragazzo scende quando il mezzo è ancora in movimento e risale quando è già ripartito: per almeno questa ragione, ben gli si addice la denominazione di “runner”. Spesso non sale nessuno: le persone hanno altre destinazioni o sono semplicemente sulla strada per una ragione diversa. In questo caso alla frenata segue una ripartenza immediata. Per quanto lo possono permettere i vecchi motori a disposizione degli autisti.

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Tra le imprese a cui abbiamo assistito, ricordiamo lo stesso ragazzo che chiama con il cellulare qualcuno. Pochi minuti dopo, sulla strada compare una persona con due taniche di benzina e un collo di bottiglia di plastica: rifornimento volante, pagamento e ripartenza, sempre di fretta e con il runner di corsa: potrebbe rivaleggiare con i tecnici presenti ai box della Formula 1…

A queste qualità atletiche, il ragazzo deve associare una straordinaria capacità di riconoscimento fisiognomico: all’inizio del viaggio, passa nel corridoio e raccoglie tra i passeggeri – spesso stipati in tre in un sedile da due posti – il pagamento della tariffa (non scritta, quindi in teoria soggetta alla discrezionalità di chi fa pagare; una teoria che, nel caso degli stranieri ignari dei prezzi, si trasforma spesso in una pratica). All’inizio, questo è semplice. Con il passare dei chilometri, però, il ricambio di passeggeri è costante: alcuni percorrono tutto il tragitto, ma la maggior parte di loro scende e sale continuamente. Il ragazzo non esige i quetzales nel momento in cui il passeggero sale, ma in un secondo tempo, in relazione ai suoi numerosi impegni o alla sua disponibilità a occuparsi della questione pagamento, e quindi ripercorre il corridoio numerose volte e deve riconoscere tra tutti i passeggeri quali sono quelli che non hanno ancora pagato e ricordarsi anche se i passeggeri sono effettivamente scesi dove avevano dichiarato di scendere: un’impresa notevole, soprattutto per chi, come noi, ha scarsissime capacità di riconoscimento dei volti delle persone!

Sui vetri degli autobus e dei pullman, ma anche sui tetti delle stazioni di servizio, ci sono spesso delle citazioni bibliche o delle frasi di contenuto religioso, a testimonianza di una religiosità vissuta con molta intensità, ma con forti legami con riti e credenze locali che al cattolicesimo (e oggi al protestantesimo, in forte crescita) si sono legati nel corso dei secoli, in quello che solitamente si definisce sincretismo.

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Poi abbiamo incontrato Marcio, taxista di Città del Guatemala. Ci ha offerto, per portarci alla Terminal dei pullman, la metà di quanto esigevano gli altri (in realtà, il prezzo corretto). Abbiamo chiacchierato con lui lungo il tragitto per le strade di questa capitale invasa dal traffico e dalla povertà, oltre che dalla violenza che la accompagna. Ci ha detto che faceva il medico, ma che per i medici lavorare in un ospedale pubblico significa lavorare tantissimo e guadagnare poco, rischiare procedimenti giudiziari per ogni errore e non ricevere riconoscimento alcuno. Così ha deciso di fare il taxista, per mantenere la sua famiglia con quattro figli a carico, anche se uno di loro, sostanzialmente un adolescente, ha già vari figli.

Così, siamo andati a cercare delle statistiche sulla situazione sanitaria del Paese. La spesa sanitaria nel 2014 era pari al 6% del PIL (in Italia era il 9%, il 12% in Svezia, Francia e Svizzera).

Il tasso di mortalità infantile, a un anno di vita, era nel 2017 di 21 morti ogni 1.000 nati vivi (in Italia erano 3). Quello di mortalità materna (madri morte per ogni 10.000 nati vivi) era di 88, mentre in Italia il dato è pari a 4. L’aspettativa di vita è di circa 72 anni. Quanto al numero dei medici, in Guatemala c’è un medico ogni 1.000 abitanti (in Italia ce ne sono 4), così come per quanto riguarda i posti letto negli ospedali ogni 1.000 abitanti: in Guatemala ce n’è 1 e in Italia ce ne sono 3.

Un problema indubbiamente significativo per il Guatemala è rappresentato dall’aumento della popolazione. Si ritiene che il tasso di crescita della sia del 2,4% annuo, quindi il più alto di tutta l’America Latina. Un Paese in chiara difficoltà economica si trova a dover affrontare ciò che sembra, se non un’emergenza, almeno una situazione allarmante: secondo l’Istituto Nazionale di Statistica la popolazione nel 2009 era di 14 milioni di abitanti ed è previsto che sia di circa 18 milioni nel 2020: un aumento di 4 milioni in 11 anni, pari a circa il 30% della popolazione residente nel 2009. La superficie del Paese è di circa 109.000 kmq (poco più di un terzo dell’Italia): la densità di popolazione è quindi passata da 128 a 165 abitanti per kmq.

È come se in Italia (dove la densità è di 199 abitanti per kmq) fossimo passati in 11 anni da 55 a oltre 70 milioni di abitanti, con i prevedibili problemi relativi alle case, all’assistenza sanitaria, alle aule scolastiche, al reperimento di insegnanti, medici e infermieri. In un Paese povero, questi drammatici cambiamenti sono ancora più difficili da affrontare e da risolvere.

Prima Parte

Seconda Parte

Quarta parte

 

Guatemala: impressioni di viaggio – Seconda parte

Fuoco

Nonostante abbia un nome che fa pensare piuttosto al quaderno su cui un ordinato impiegato milanese annota le spese di famiglia, l’Indice di Gini è uno strumento utilizzato nello studio delle disuguaglianze all’interno di ogni singola nazione Va da zero a uno: se l’indice è vicino a 0 vuol dire che c’è più uguaglianza (nell’immaginario ideale socialista, l’indice sarebbe 0 e tutti guadagnerebbero nello stesso modo); più è vicino a 1, maggiore è la disuguaglianza; se esistesse un Paese con un indice pari a 1, vorrebbe dire che esiste un luogo dove una sola persona si trova in possesso di tutta la ricchezza disponibile e tutti gli altri non hanno niente: per fortuna, tale luogo non esiste e probabilmente non corrisponde nemmeno ai sogni dei più estremi fra gli avidi.

Su 124 Stati censiti nel sito di Wikipedia relativo alle disuguaglianze nei diversi Paesi, che fa riferimento a dati non recentissimi, il Guatemala si trovava nel 2000 al posto 118 con un indice pari a 0,599, seguito solo da 6 nazioni africane. In effetti solo con un indice così alto si può spiegare la forte povertà che si riscontra nel Paese e la rispettabile quantità di automobili di lusso che si vedono in giro. Per rispondere alla curiosità dei lettori, diremo subito che l’Italia si trovava al posto 52 con un indice di 0,360 e che al primo posto risulta la Danimarca, che nel 1997 aveva un indice di 0,247.

Quanto al PIL pro-capite, il Guatemala è al posto 106 tra i Paesi del mondo, con un dato di 4.472 dollari USA a persona. L’Italia e al posto 25, con 38.000 dollari USA a testa. Per quanto riguarda l’ISU (Indice di Sviluppo Umano), che considera il PIL, ma anche altri indicatori, tra cui la speranza di vita e il tasso di alfabetizzazione, il Paese centroamericano si trovava nel 2017 al posto 125, con un ISU di 0,640 (l’Italia era al 26esimo posto, con un valore di 0,887, tra la Slovenia e la Spagna).

Quanto costa la benzina in Guatemala? Incuriositi, leggiamo i prezzi esposti dal distributore, come avviene da noi. Sono circa 30 quetzales (la moneta locale: il cambio è di circa 8 quetzales per un euro). I conti non tornano: circa 4 euro al litro, non è possibile. Ma un momento di riflessione, seguito dalla conferma di un automobilista locale, ci svela l’enigma: il prezzo è in galloni, come negli USA. Ogni gallone contiene all’incirca 4 litri: quindi, il prezzo si aggira attorno a un euro al litro: adesso, sì!

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I trasporti pubblici sono spesso un ottimo strumento per comprendere i Paesi in cui si viaggia. Sicuramente sono quelli dove si possono cogliere vari aspetti della vita e della quotidianità.

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Arrivati a Città del Guatemala dopo un viaggio piuttosto lungo, siamo stati accompagnati da una gentilissima signora e dal suo taxista di fiducia vicino alla stazione dei pullman, dove abbiamo trovato l’ultimo automezzo diretto alla città coloniale di Antigua, che dista circa un’ora dalla capitale. La signora ci ha fatti salire sul mezzo consigliandoci caldamente di non scendere per nessuna ragione prima della partenza, che sarebbe avvenuta circa 15 minuti dopo: la sicurezza a quell’ora per strada non era garantita. Tutto questo alle 21.00. Pochissime persone in giro, un taxista che giocava a palla con un bambino, probabilmente il figlio della venditrice di cibo locale; il pullman semivuoto, almeno fino al momento della partenza, quando si sono materializzati i passeggeri che, nelle fermate successive, hanno cominciato ad affollarlo. Pochi, in realtà, quelli diretti ad Antigua, storica capitale del Paese; infatti, molti utilizzano quell’autobus “straordinario” per spostarsi all’interno della città.

Città del Guatemala ospita probabilmente 4.500.000 abitanti, molti di loro concentrati in quartieri poveri e con alloggi di fortuna. Nessuno sa esattamente quanti siano: i dati statistici si scontrano con la difficoltà di reperirli in modo affidabile  La crescita demografica è stata comunque altissima, se si pensa che gli abitanti erano all’incirca 400.000 nel 1950; hanno raggiunto il milione attorno al 1970 e i 2 milioni attorno al 2000.

Erano quasi le 22.00 quando sono salite due giovani donne, con dei cestini-vassoio in cui era contenuto del cibo da vendere ai passeggeri. Era tardi, erano probabilmente stanche dopo una giornata di durissimo lavoro, eppure erano sorridenti con tutti, prodighe di saluti e battute. Sono scese poco dopo, senza avere venduto granché, portandosi dietro i loro sorrisi nella notte. Diciamo notte non solo perché noche si usa in spagnolo anche per la sera, ma soprattutto per la sensazione di ora tarda che dava la città a un orario nel quale per noi si può tranquillamente girare per le strade.

Antigua è l’altra faccia del Guatemala: pulita, ordinata, sicura, piena di turisti a tutte le ore, soprattutto di statunitensi, che vengono a imparare lo spagnolo in questa città coloniale, attorniata dai vulcani, che si sono spesso fatti sentire, e soggetta ai terremoti.

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Costruita una prima volta attorno al 1541, quando occupava un intero isolato, e distrutta dal terremoto del 1773 (l’ evento che portò allo spostamento della capitale), la bellissima cattedrale antica è oggi visitabile nei suoi resti sul retro dell’attuale edificio, notevolmente ridotto rispetto all’originale.

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Girare per Antigua significa vedere chiese e palazzi coloniali, camminare sull’acciottolato e passeggiare lungo la piazza principale (Parque Central), magari incontrando una ragazza che riceve un servizio fotografico per la celebrazione dei suoi 15 anni (una ricorrenza importante in America Latina).

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Non è raro trovare in piazza i rappresentanti del gruppo “Antigua Exige”, con i loro altoparlanti, intenti a reclamare giustizia e diritti.

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Alcuni statunitensi qui hanno fatto le cose in grande: hanno comprato i resti di un antico convento domenicano e lo hanno trasformato in hotel di lusso, con statue dei secoli passati, un museo – a pagamento per chi non alloggia nell’albergo – e perfino una chiesa, dove celebrare matrimoni “esclusivi”. Diciamolo, la presenza di certi yankees a volte è piuttosto ingombrante…

Con un viaggio di circa due ore si raggiunge il lago Atitlán, circondato da vulcani attivi, che incombono con la loro presenza, e da villaggi, alcuni graziosi, altri purtroppo colonizzati da gruppi new age, che ne hanno fatto una specie di santuario, relegando ai margini la cultura locale.

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Anche qui, come in tutto il Guatemala, sono diffusissimi dei piccoli mezzi di trasporto, chiamati tuk-tuk, che per pochi quetzales trasportano uno o due passeggeri a destinazione: agili anche nelle salite più impervie e utilissimi per sgattaiolare nel traffico, i tuk-tuk sono un elemento che caratterizza il paesaggio urbano praticamente ovunque.

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Non lontano si trova Chichicastenango, tradizionale centro di scambi commerciali, dove il giovedì e la domenica si tiene il mercato, nelle vie attorno alla bella chiesa, colma di religiosità locale, di candele e di profumi.

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Fin dalla sera precedente arrivano persone, camion, merci, si mangia lungo la strada in chioschi aperti per chi viene a vendere o a comprare,

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si vedono i venditori che cominciano ad apparecchiare le bancarelle. All’alba il movimento si infittisce progressivamente: i più veloci sono già pronti a vendere di tutto, a contrattare, a mostrare i propri prodotti ai locali e ai (pochi) stranieri in circolazione.

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Dopo le nove cominciano ad arrivare i primi gruppi di turisti: una parte del mercato è riservata a loro, ma ci sono vie, un po’defilate, dove si svolgono le trattative fra venditori e compratori locali per l’acquisto di una tela, un vestito, una gallina.

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Nel pomeriggio l’attività scema e poi si spegne, pronta a riprendere pochi giorni dopo, uguale apparentemente, anche se non tutto è immutabile: la venditrice di orchidee mostra con l’ausilio del suo cellulare come fare per piantare e fare crescere rigogliose le piante: modernità e tradizione, come nella migliore tradizione, come quasi ovunque.

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Prima Parte

Terza Parte

Quarta Parte

 

Guatemala: impressioni di viaggio – Prima parte

Resoconto del viaggio in Guatemala di un collaboratore di Prateria Ribelle

Acqua

Edwin si muove sul fango della stradicciola sterrata perfettamente a suo agio, con gli stivali di gomma, molto a simili a quelli che usavamo tutti una volta nei giorni di pioggia, quando eravamo bambini.

Ci fa da guida per andare a vedere una cascata difficile da raggiungere, a oltre un’ora dal villaggio più vicino, che è a sua volta raggiungibile solo con un viaggio di circa 20 minuti sul tetto di una “camioneta” dalla strada principale tra Città del Guatemala e Cobán.

Guatemala - Cartina Politica

Sul tetto, perché a quel punto il veicolo è sempre invariabilmente pieno e gli unici “posti” disponibili sono lassù, tra sacchi di cereali, sporte e altre persone che si spostano per rendere agibile almeno qualche centimetro quadrato del tetto.

Mentre si viaggia in questo modo si è invariabilmente colti da due sensazioni inconciliabili: da un lato ci si stupisce e anche ci si indigna che le persone siano costrette a viaggiare in quelle condizioni precarie, scomode e insicure. Dall’altro, si è affascinati dall’illusione di essere partecipi, almeno per qualche istante, di un mondo che non conosciamo e che, probabilmente perché alieno alle nostre esperienze quotidiane, ci sembra divertente e straordinario.

Per contattare Edwin abbiamo dovuto farci aiutare da un anziano, che si trova all’ingresso del parco dove si trova la cascata: non è stato difficile, né l’attesa è stata lunga. Strada facendo, Edwin ci deve spesso aiutare per evitare che finiamo sdraiati nel fango (le nostre calzature sono assolutamente fuori luogo, con la suola di gomma liscia) e ci racconta qualche cosa della sua vita: ci dice che ha frequentato solo fino alla terza elementare, che a meno di 30 anni ha già tre figli, di cui il maggiore è tredicenne, ci chiede se anche in Italia, di cui deve avere solo una vaghissima nozione, ci sono “le chiese dei Maya”. A che età si sarà sposato? E sua moglie? Sono domande che non abbiamo osato fare, ma che toccano da vicino problemi che noi oggi, in Europa, fortunatamente non dobbiamo più affrontare.

Raccontiamo qualche cosa, ma soprattutto preferiamo chiedere, imparare di più su questo splendido Paese, sulla sua cultura, sulle sue contraddizioni, sulla sua povertà, fino a quando si arriva, prima, al panorama sulla cascata maggiore, una sottile striscia d’acqua, la più alta dell’America Centrale e, poco oltre, ai piedi della cascata minore, immersa nel verde della foresta: per gli appassionati delle cascate, una piacevole sosta ristoratrice, dopo un tragitto abbastanza impervio, fortunatamente con un clima accettabile e non troppo caldo.

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In Guatemala, stando ai dati disponibili nel 2015, l’analfabetismo riguarda il 18% della popolazione, quindi all’incirca un guatemalteco su cinque non sa né leggere né scrivere. Frequenta la scuola primaria circa l’85% dei bambini in età scolastica, mentre la scuola secondaria è frequentata da circa il 47% dei ragazzi e delle ragazze guatemalteche (dati della Banca Mondiale, riferiti al 2013).

I dati sono in crescita, anche se abbastanza contraddittori per quanto riguarda la scuola primaria, dove sembra esserci un importante scarto di 5 punti a danno delle bambine, che frequentano la scuola meno dei loro coetanei maschi, e dove sembra che il tasso di frequenza alle scuole sia sorprendentemente in diminuzione.

Il Guatemala si trovava nel 2013 nella posizione 150 tra i Paesi del mondo in quanto a spese per l’istruzione, con una spesa annua situata attorno al 2,85% del PIL.

Da notare che anche l’Italia non se la passava molto bene, visto che si trovava nel 2011 nella posizione 109, con una spesa pari al 4,14% del PIL. Fortunatamente le spese militari, in un Paese nel quale l’esercito mantiene funzioni particolarmente significative, pesavano nel 2014 solo per lo 0,4%, situando la Repubblica del Guatemala agli ultimi posti a livello mondiale di questa graduatoria. Sono le contraddizioni di questa parte di America, dove le bellezze naturali abbondano, ma i principali diritti degli esseri umani sono a volte disattesi.

A qualche centinaio di chilometri dal Salto de Chilascó si arriva, al termine di una strada sconnessa e non asfaltata che parte dal piccolo villaggio di Lanquín, alle pozze di Semuc Champey: uno strano fenomeno carsico, fa sì che il fiume Cahabón si separi in due rami: ma non, come siamo abituati a vedere, uno dei quali verso destra e l’altro verso sinistra, bensì, uno verso l’alto e l’altro verso il basso. La parte che si dirige verso il basso è quella che trasporta maggiormente l’acqua del fiume: l’altra, quella che resta in superficie, forma per un tratto di circa 300 metri delle pozze dal fondo ocra e dalle acque turchesi, nelle quali ci si può tuffare, prima che il fiume torni a scorrere in un unico letto verso la foce. Chi ha visto in qualche occasione (film, dipinti, ecc.) delle immagini del Paradiso, con giovani placidamente immersi nelle acque, sappia che Semuc Champey ricorda quelle immagini.

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sdr

L’istruzione, dicevamo: su un pullman ci siamo imbattuti in Pedro, aspirante arbitro di calcio e studente di Educazione Fisica: essere arbitro gli potrebbe permettere di viaggiare e conoscere il suo Paese, forse (abbiamo scherzato con lui) anche arbitrare in competizioni internazionali: è curioso, fa molte domande e ha voglia di parlare, di scambiare opinioni e parlare dei suoi sogni e dei suoi progetti: ci sembra rappresentare una parte sana e positiva della gioventù guatemalteca. Speriamo di rivederlo un giorno in televisione, mentre arbitra una partita dei Mondiali, in rappresentanza del suo magnifico e difficile Paese.

Ancora l’immagine di una scuola: un piccolo villaggio sulle rive del lago Atitlán. E’ quasi mezzogiorno e gli alunni di quella che potrebbe essere una quinta elementare stanno facendo educazione fisica sulla piazza del Paese, da una parte la chiesa, di fronte a loro un insegnante che indica loro i movimenti da effettuare, dall’altra parte, sulla terrazza di una costruzione, una banda che suona, o forse sta solo provando, dei  motivi folkloristici, sul ritmo dei quali vengono effettuati gli esercizi ginnici: sarà un caso? Sarà un’abitudine? Dietro agli alunni poveramente vestiti ci siamo noi, facendo inevitabili confronti con le nostre scuole, mentre a guardarli bene i ragazzi e le ragazze, che ridono e sanno prendersi in giro, assomigliano agli alunni di tutte le scuole del mondo.

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Seconda Parte

Terza Parte

Quarta Parte

 

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